Questa nuova apertura intende avviare un processo di rafforzamento della memoria storica per trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio culturale dei nostri antenati, non solo per acquisire la conoscenza delle radici di un popolo, ma anche, e sopratutto far apprezzare una vita di sacrifici e di duro lavoro manuale dei nostri padri.

Con il termine “civiltà contadina” o “cultura contadina” vengono indicate, generalmente, le usanze e le consuetudini di un mondo rurale legate al ciclo della vita, alle tradizioni, alle manifestazioni culturali.Questa era principalmente una cultura orale che veniva trasmessa ai giovani durante il lavoro nei campi, nei cortili, nelle osterie.

Il progresso tecnologico ha cambiato radicalmente la nostra vita, il benessere economico ha trasformato le nostre abitudini creando tanti confort (tv, lavatrici, pc, etc.).

Con l’arrivo dei nuovi mezzi di comunicazione e di lavoro è scomparsa la vita dei campi, il ritrovarsi insieme ed è scomparsa principalmente la cosa più importante: il messaggio orale tramandato da padre in figlio cioè la tradizione del passato.Tutto è stato cancellato e gli attrezzi di lavoro o oggetti di uso quotidiano sono stati dimenticati o abbandonati nelle discariche.Le nuove generazioni non immaginano il duro lavoro dei campi e non conoscono gli antichi attrezzi tanto cari e custoditi dai nostri avi: tutto ciò che ha rappresentato la cultura contadina non esiste più.

In conseguenza di ciò “il museo storico dell’arte e della civiltà contadina” è necessario per conservare la testimonianza e valori di questa civiltà e per non far cadere nell’oblio una parte tanto importante della nostra storia.Esso rappresenta il patrimonio culturale e racchiude la storia di un passato non perduto, ma recuperato.Alcuni oggetti e attrezzi sono stati sistemati nell’atrio e, i più, nelle due sale del secondo piano del palazzo.

Il particolare criterio descrittivo e didattico permette al visitatore di percepire attraverso i reperti le diverse attività e le diverse classi lavoratrici: il contadino ( il cui lavoro è ampiamente testimoniato da tanti attrezzi agricoli per arare, dissodare, mietere), il fabbro, il falegname, il sellaio, etc..

E’ raffigurato l’ambiente domestico, ricco di significati e segno profondo della vita familiare (tegami che servivano per cucinare, conservare, trasportare acqua e vino, lavare, etc.).Attrezzi per lavorare la canapa, la ginestra e il telaio (simbolo dei lavori femminili) e altri oggetti relativi al “grano e pane”, al “baco da seta”, al “latte e formaggio”, al “maiale”, al “vino”, “all’olio”.Ciascuno, nel proprio ambito di appartenenza, ricreano la vita quotidiana di un “tempo che fu”, vissuta, anche, in condizioni economiche e ambientali assai difficili per un paese montano.

La maggior parte degli oggetti presenti nel Museo sono il risultato di una attenta ricerca tra la popolazione locale, ma sopratutto dono spontaneo e disinteressato di numerosi cittadini acresi.

Tutto il materiale è stato ricatalogato con dovizia di particolari ed è stato ordinato secondo una sapiente sistemazione cronologica.

Ogni oggetto esposto è identificato da un numero di archivio che fa riferimento ad una didascalia che rende chiaro l’uso e il significato.

Il   Museo deve essere un importante simbolo della nostra città per ricordare e far riflettere su ciò che è stata la civiltà rurale, custode di grandi valori dell’umanità.

Il Museo non dovrà essere solo una semplice esposizione, ma un centro di documentazione storica e riflessione culturale.

Sarà anello di congiunzione con le nuove generazioni, affinchè la conoscenza del passato aiuti ad interpretare il presente e far riscoprire un’epoca, altrimenti, perduta per sempre.

Sarà espressione e memoria del territorio, ne conserverà la storia e contribuirà a valorizzare e riqualificare il centro storico. Rafforzerà nei cittadini ( con tutto il fascino il rapporto “uomo-lavoro-natura”) l’antica e faticosa storia della gente che ha abitato il territorio acrese.

Per chi è giovane (e non è stato contadino e forse non lo sarà mai), si apre la possibilità di conoscere la grandezza di una cultura che parla solo con gli strumenti più umili della quotidianità, oggetti di una vita semplice.

Il giovane sarà conservatore di un passato non immobile, ma che vive attraverso il fascino delle cose esposte come custode di una vita autentica.

Nella speranza che l’avvenimento di oggi trovi viva attenzione e partecipazione fra tutti coloro che hanno avuto e hanno ancora “la curiosità e il gusto delle cose di un tempo”.

Voglio credere che l’entusiasmo espresso nel 1996 non scemi nel tempo e spinga le nuove generazioni a misurarsi con il bagaglio della memoria storica e a coltivare l’amore per il passato.

Successivamente con una impostazione dinamica si valorizzerà il materiale raccolto allestendo esposizioni tematiche periodiche. Dalle esposizioni potranno nascere pubblicazioni divulgative, che approfondiranno le tematiche trattate con la collaborazione delle associazioni ed enti con interessi affini.

Così il Museo approfondirà e concretizzerà il collegamento e il legame con il territorio sul quale opera.

Il Museo, inoltre, dovrà disporre di una biblioteca specializzata nel settore e aperta a tutti, di un archivio fotografico e le fonti bibliografiche saranno a disposizione di studiosi e laureandi.

Il Museo potrebbe trasformarsi in una “agenzia turistica che offre viaggi nel passato”, percorrendo i vicoli del centro storico e “raccontando” la storia di un “luogo”, di un oggetto particolare, o andando per i sentieri di montagna a scoprire altre tracce della civiltà contadina.

Inoltre un’intensa opera di propaganda dovrà essere fatta nelle scuole di ogni ordine e grado, per sensibilizzare maggiormente i dirigenti scolastici a programmare visite guidate per l’arrricchimento e approfondimento del loro bagaglio culturale.

La popolazione potrà sostenere il Museo continuando la donazione spontanea e gratuita di tutti quegli oggetti che intendono far conoscere alle generazioni future.

                                                                                               

   Il Presidente                                   

Giovanni Ferraro